Questione di percezioni

pubblicato su AA-C

Sentite questa frase e ditemi se non è significativa:

“Molti bambini scelgono un lavoro che conoscono in famiglia: bisognerebbe fare in modo che incontrassero persone che svolgono professioni diverse”

tre figure:
Cristina Castelli, docente di psicologia dell’orientamento scolastico e professionale all’Università di Milano dice che: “L’individuo apprende attraverso canali informali, ma anche in momenti istituzionali, le norme, i valori e le regole di comportamento che riguardano il mondo del lavoro e delle professioni. E se la famiglia rimane il primo ambiente che influenza il bambino, subito dopo entrano in gioco la scuola, il gruppo dei pari ( ossia gli altri bambini), i mass media e, solo per ultimi, quando si è ormai alle soglie dell’età adulta, i servizi di orientamento professionale”;

per la psicologa Anne Roe invece vale: “il modo in cui la famiglia si comporta con il bambino - con maggiore o minore calore - determina la scelta di una carriera orientata alla persona o non orientata alla persona: in sostanza, le famiglie più “fredde” creano ingegneri, mentre quelle più “calde” medici, insegnanti e psicologi”. Si dice di questa teoria “Innatista” ovvero che dà importanza alle caratteristiche ereditarie, modulate dalle soddisfazioni o dalle frustrazioni della prima infanzia;

infine c’è Donald Super, il quale ha puntato tutto sull’autostima: “il modo in cui un individuo, consciamente o inconsciamente, si autodefinisce, predispone alla scelta lavorativa. Ma le persone cambiano col tempo, e quindi possono mutare aspirazioni e priorità, fermo restando che nessun individuo privo di un elevato concetto di sé potrà fare una brillante carriera o sentirsi felice sul posto di lavoro”.

Questo è uno studio condotto sul bambino e il lavoro futuro, un dibattito, dice la Castelli: “svolto soprattutto intorno ai temi classici “eredità-ambiente” o “natura-cultura” ( interessante quella “o” a separare gli argomenti ). Alcuni psicologi hanno posto l’accento sulle caratteristiche individuali e sulle dinamiche personali, altri - soprattutto qelli di impronta sociologica - hanno dato maggiore importanza ai determinanti ambientali. Ovviamente, però, i due aspetti interagiscono” ( e qui la Castelli si è salvata in corner ).

Come dicevo questo dibattito era incentrato sulla vita lavorativa futura del bambino e non invece nella sua globalità, non solo di bambino, ma anche di adulto e di tutti i condizionamenti esterni per ogni singola scelta.

Ma questo è solo un discorso tra psicologi, tra studiosi con la tendenza a cavillare partendo da un principio e sviscerarlo fino a, qualche volta, non farci più capire cosa volessero dire e dove sono approdati.
E se non ci riescono loro a farsi capire o comunque a buttare dei semi che diano eguali frutti, laciandoci invece ancora una volta con le incognite, con gli interrogativi ( che è già qualcosa, spesso si tira dritto e non ci si pongono neppure domande), come può riuscirci chi vede il tutto da un’angolazione diversa, ovvero: dal di fuori.

In tutti questi discorsi poi non si prende mai in considerazione l’idea che la famiglia possa essere qualcosa di più che non solo “calda” o “fredda”, sembra quasi che si dia per scontato che la famiglia è impeccabile, su di un piedistallo, e i figli che verranno saranno soltanto o/o, il che vista così sembrerebbe voler significare che non cresceranno con la cattiveria, con la malvagità, con il piacere di far del male, o con la volontà di prevaricazione.
Ma lo stesso è per l’adulto, se è vero che oggi è probabile che non sarò la stessa che sarò domani, che cosa determina il mio cambiamento, non posso anch’io attingere dalle stesse fonti dalle quali attinge l’infante anche se io sono adulta? I condizionamenti della società, della famiglia, della cultura, non sono capaci di modificare il genere umano tutto a prescindere dall’età?
e se questo è vero, non sarebbe allora più giusto lavorare sull’adulto come si farebbe con il bambino prima ancora che sul bambino stesso dando così a quest’ultimo la possibilità di partire con presupposti più idonei?

scuole per adulti prima ancora che per ragazzi

sì, ma, gli insegnanti? chi sarebbero? Un gruppo di gente che pensa di saperne più di te o più di quell’altro che viene dopo di lui? Questo proprio non lo so, allo stato attuale proprio non lo saprei, occorrerebbe qualcuno che me lo illustri, o meglio ancora, che me lo insegni.

oltre a dire che tutto è in mano al sistema, alla natura, alla cultura e all’ereditarietà non sappiamo dire altro?
se la natura il sistema la cultura e i geni sono sbarellati, come si fa? da dove si riparte?

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